Zambia 2019, esperienza missionaria

«It’s gonna take a lot to drag me away from you». «Ci vorrà molto per trascinarmi via da te», recita la celebre canzone dei Toto, «Africa».
Non si può non ascoltare questa canzone prima di partire, e questa frase in particolare mi colpisce da sempre, già da prima che mi passasse per la testa l’idea di partire. E mentre ero là così come quando sono tornato, ho capito che è vero: ci vorrà molto per trascinarmi via da te, Africa.
Fatico ancora a capire che cosa sia successo nel profondo. O meglio: devo ancora fermarmi e capire tutto quello che ho vissuto. Tuttavia non mi sembra che questo sentire sia legato a qualche evento specifico: essi mi hanno aiutato a cogliere qualcosa di profondo, ma di per sé la cronaca del mio viaggio è molto semplice. Sono partito, insieme ad un mio compagno di seminario, il 31 luglio per restare circa 20 giorni in Zambia. Inizialmente siamo stati nella Parrocchia di Situmbeko, nel pieno del «bush», ossia la savana vera e propria, fatta di chilometri e chilometri praticamente di «nulla»: solo piante, arbusti, baobab, prati gialli immensi, un sacco di terra di colore rosso vivo e qualche villaggio di capanne sparso qua e là. Poi, dopo una breve visita all’ospedale di Chirundu, sostenuto dalla Diocesi di Milano, e una gita in barca sul fiume Zambesi insieme agli ippopotami e ai coccodrilli, siamo partiti alla volta di Mazabuka, la città più dolce dello Zambia, così denominata e famosa per la sua immensa coltivazione di canna da zucchero. Qui abbiamo provato a proporre una specie di oratorio estivo, novità assoluta per i bambini e i ragazzi del posto. Abbiamo condiviso tutto con loro per una settimana, dalla Messa quotidiana al tempo libero, dai giochi ai pranzi con i loro piatti tipici, tra cui non poteva mai mancare la «nshima», la tipica polenta africana rigorosamente senza sale!

Quello che cattura il cuore però, ed è come un «grido silenzioso», come «un’evidente presenza nascosta» che accompagna ogni istante trascorso in Africa, è qualcosa legato all’umanità.
Quello da cui non mi riesco a staccare, che mi interroga senza poter dare risposta, è legato al loro modo di essere uomini e donne. La prima frase che mi è stata rivolta è stata questa: “We need smiles”. Abbiamo bisogno di sorrisi. In Zambia tutti sorridono, tutti salutano e tutti danno la mano. Ma tra la mano e i sorrisi sembra esserci un paradosso. Le loro mani sono ruvide, sono screpolate, hanno i segni della fatica e sono consumate dal lavoro. Eppure sorridono. Non hanno niente, eppure sorridono. Come fanno non lo so.
Sapevo di non partire come missionario, come qualcuno che può aiutarli: sarei rimasto giù solo 20 giorni, per di più senza alcuna competenza e senza sapere nulla. Partivo «per me», per andare a conoscere la realtà dell’Africa. Ma questo è un punto di vista limitato: tutto si ribalta davanti a quegli uomini e a quelle donne, davanti ai bambini e ai ragazzi incontrati. Sono loro che hanno vissuto una missione nei miei confronti, insegnandomi ad essere più umano. Una volta i ragazzi con cui stavo hanno cantato questa canzone: “With Jesus in the boat we can smile in the storm, while sailing home”. Con Gesù sulla barca noi possiamo sorridere nella tempesta, mentre navighiamo verso casa. Così nella tempesta della loro vita così povera, questi ragazzi vivono ricchi della gioia di Gesù. Sono felici perché il loro sorriso è il sorriso di Dio. Essi vivono sulla terra senza niente, ma custodiscono «un tesoro sicuro nei cieli, dove ladro non arriva e tarlo non consuma. Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore» (Lc 12, 33-34). Hanno il cuore vicino al Signore Gesù, Colui che è pienamente Uomo (cfr. Gv 19,5). Mi hanno insegnato a non fare a più meno di guardare ogni uomo come figlio di Dio, qualcuno in cui splende il sorriso di Gesù che prende carne e abita la gioia del Risorto.
Ho lasciato l’Africa con una suggestione che tutt’ora mi colpisce. Si dice che l’essere umano sia nato in Africa, eppure non hanno lo sviluppo e la storia che i paesi sovra-sviluppati possono «vantare». Ai nostri occhi, potremmo dire che il continente che ha visto nascere l’uomo è fatto di persone che non hanno mai scritto nulla e che sono state vestite da noi. È proprio qui che siamo chiamati a convertirci: Gesù, l’unico che è riuscito ad essere pienamente uomo, non ha mai scritto nulla, perché quello che aveva a cuore non era diffondere una dottrina, ma condividere uno stile di vita, per vivere nell’amore vero. Ed è lo stesso Gesù a dire: «Non preoccupatevi dunque dicendo: «[…] Che cosa indosseremo?». Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6, 31-33). È così che negli uomini e nelle donne incontrati, che nella loro semplicità e umiltà tengono gli occhi sempre rivolti al Padre celeste, ho trovato persone molto più umane di me, molto più vicine all’Uomo vero che è Gesù. In loro ho visto un sacco di persone «passarmi avanti nel regno di Dio» (cfr. Mt 21, 31), perché in loro ho visto un’umanità più umana della mia.
Ho visto uomini e donne amare davvero di cuore il loro prossimo e il Signore.
Riccardo Bombelli

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