Confessarsi

Per essere sicuri che la confessione non serva a niente si devono applicare le seguenti regole (anche non tutte, ne bastano alcune).

  • Confessare i peccati degli altri invece che i propri (e confidare al confessore tutte le malefatte della nuora, dell’inquilino del piano di sopra e i difetti insopportabili del parroco, dopo aver accertato che il confessore non sia il parroco).
  • Esporre un elenco analitico e circostanziato dei propri peccati, con la preoccupazione di dire tutto e tirare un sospiro di sollievo quando l’elenco e’ finito: ci sono di quelli che salutano considerando tutto finito. L’assoluzione e’ ricevuta come una specie di saluto e augurio.
  • Confessarsi per giustificarsi: in fondo non ho fatto niente di male. Il pentimento e’ un sentimento dimenticato.
  • Confessare tutto, eccetto i peccati piu’ gravi (perche’ altrimenti non mi da’ l’assoluzione).
  • Presentarsi al confessore con la dichiarazione: “Io non ho niente da confessare”.
  • Confessarsi perche’ “me l’ha detto la mamma” (o il papa’ o la moglie o la zia…)
  • Parlare col confessore per mezz’ora del piu’ e del meno e concludere: “La ringrazio che mi ha ascoltato! Le auguro buona Pasqua, a lei e alla sua mamma”.
  • Approfittare per confessarsi della presenza di un confessore (non avevo neanche in mente di confessarmi, ma ho visto che era libero…).
  • Confessarsi perche’e’ giusto confessarsi ogni tanto.
  • Confessarsi per evitare che il confessore sia venuto per niente…

 

Tratto da “VOCABOLARIO DELLA VITA QUOTIDIANA” di Mario DELPINI, Arcivescovo di Milano

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